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Quarto anniversario dalla scomparsa del grande J. D. Sallinger

27 Gen

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Della serie “non si può piacere a tutti”

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Avere le idee chiare

17 Gen

20140117-005522.jpg Il mio nome è Ernest
Miller Hemingway
. Sono nato il 21 luglio 1899.
I miei autori preferiti sono Kyeling, O. Henry e Stewart Edward
White. I miei fiori preferiti sono il lady slipper e il giglio
tigrato. I miei sport preferiti sono la pesca, tirare a calcio e la
boxe. Le mie materie preferite sono inglese, zoologia e
chimica.
Ho intenzione di viaggiare e
scrivere.
Tema delle elematari scritto da Hemingway.
Quanti, nei loro componimenti, scrivevano di voler fare il
palontologo, o la vetrinaria, e sono finiti in un ufficio? A volte
sarebbe utile scrivere qualche frase che inizi con “mi piace” o
“voglio fare”, e vedere quante di quelle cose fanno davvero parte
della propria vita.

Mi sono innamorato di un’Idea

26 Ago

Idea Vilariño 1Costano cari i giornali in Uruguay. Suppergiù quanto un chilo di carne. Sono in pochi a permetterseli. E poi, per le notizie importanti c’è la radio, il passaparola, i muri della città. Lì, le nuove (quelle importanti) sostano a lungo, fino a quando il tempo non decide di cominciare a importunarle. E prima o poi finiscono per essere sostituite. Ma intanto sono lì. Diventano parte del paesaggio. Parlano di amori ignoti, di indignazioni collettive, di giustizia negata. A volte strappano sorrisi, altre proclamano speranze. Qualche volta, stringono alla gola come un pugno.

Quando, il 29 di aprile 2009, è morta a Montevideo la poetessa Idea Vilariño qualcuno ha scritto su un muro, come aveva fatto qualcun altro in occasione della morte di un amatissimo cantautore: No llores, canta! E un altro ancora : Nos quedamos solos, hermano, Idea se nos fuè.

Idea Vilariño era nata sempre a Montevideo, nel 1920. Sono caduto per caso nel suo mondo di parole felpate e silenziose. La prima poesia che avevo trovato era stata scritta per il suo amante, lo scrittore Juan Carlos Onetti, con il quale ha confessato una volta di avere condiviso non più di nove notti d’amore e un’intera vita di passione e di solitudine. Nove notti, una vita. “Mi sono innamorata dell’ultima persona di cui avrei dovuto… eravamo fatti di una materia impossibile di legare. Non ha mai capito l’abc della mia vita, non mi ha mai capito come essere umano, come persona…. Ancora mi chiedo perchè ho sopportato tanto, perché sono tornata sempre. (…) Una notte mi chiamò, disperato, chiedendomi che andassi da lui. Io ero con qualcuno che mi amava e lo lasciai per andare a passare una notte con lui. E ricordo che l’unica cosa che abbiamo fatto è stato quella di metterci schiena contro schiena, a leggere un libro, lui il suo, io un altro. Il mattino dopo lo presi dalla testa e gli dissi: sei un asino, Onetti, sei un cane, una bestia. E me ne sono andata”

270889066_8185cdce0c_mAsino, Cane, bestia. Comunque, a Onetti saranno dedicati tutte le poesie d’amore che scriverà da lì in poi Idea Vilariño
Sei lontano e a Sud/ là non sono le quattro/ chinato sulla sedia/ sul tavolo del bar/ nella tua stanza/ buttato sul tuo letto/ il tuo o quello di qualcuno che vorrei cancellare/ sto pensando a te/ non a chi ti cerca/ a chi ti vuole accanto, come lo voglio io/ Sto pensando a te da quasi un’ora/ o forse mezza/ non so./ Quando andrà via la luce/ saprò che son le nove/ spianerò il mio letto/ indosserò il vestito nero/ mi liscerò i capelli/ Andrò a mangiare/ E’ chiaro.

Si erano conosciuti prima di incontrarsi. “Andavano senza cercarsi, ma sapendo che andavano per trovarsi”, avrebbe detto Cortàzar. Ieratica, quasi solenne, lei. Lui maledetto. Come potevano non piacersi? L’incontro avvenne in un bar di Montevideo. “S’era messo a sedurmi con tutto se stesso, con il meglio di se, al punto che mi ero convinta che fosse la settima meraviglia. Quella stessa notte mi innamorai di lui. M’innamorai, m’innamorai, m’innamorai”.

3441_juan-carlos-onettiNel 1974, Onetti fu imprigionato dalla dittatura militare e trattato alla stregua di uno squilibrato mentale . All’uscita di quell’inferno, lo aspettava Idea. “Siamo rimasti da soli, in silenzio. Zitti. Ma io non sono più quella di allora; qualcosa ho imparato; qualcosa mi ha insegnato la memoria; perché ho sempre lamentato non avere avuto più carattere per trattarlo prima. O forse è la differenza tra l’essere e il non essere innamorata. – Moriremo senza imparare a parlarci?, domandai. – E’stato sempre difficile per me, disse. Ti ricordi quella volta in cui sei arrivata, dopo tanto tempo, e siamo stati venti, trenta minuti senza parlare, seduti, io nel letto e tu sulla sedia? Mi hai sempre creato soggezione, disse lui.- Anche tu, risposi. Una volta mi hai detto che non potevi né mangiare né fare l’amore con me.  -Sì, disse ancora. E mi guardava, a momenti, poi girava la testa, si mordeva il labbro, con un’espressione di impotenza, di disperazione. … La prima volta che entrai nella tua sala, al museo, mi è sembrato d’impazzire. Non ho mai capito cosa mi stesse succedendo, ma ero pazzo di te. – Non me l’hai mai detto. – Non ho mai capito quel desiderio di possesso, quell’ansia di dominio. Non ti lasciavo andare a fare lezioni, è vero. Non potevo sopportarlo. E non si trattava di desiderio, ma di questa orribile tenerezza che sento per te.

Già non sarà/ non più/ non vivremo insieme/ non crescerò tuo figlio/ non cucirò i tuoi vestiti/ non ti avrò nelle notti/ non ti bacerò al partire/ non saprai mai chi sono stata/ perché altri mi amarono/ Non arriverò a sapere/ né come né perché né come mai/ né se era vero/ quello che dicevi che era / né chi sei stato/ né cosa fui per te/ né come sarebbe stato/vivere insieme/amarci/aspettarci/stare. /Io non sarò altro che io/per sempre e tu/già non sarai per me/altro che te/Già non ci sei/in un giorno a venire/non saprò dove vivi/con chi/né se ti ricordi/Non mi abbraccerai mai/come quella notte/mai./Non tornerò a toccarti/Non ti vedrò morire

4203834831_2dfba2f1d3_z“Perché sostiene Idea che non saprai mai chi è stata?”, chiese una volta una giornalista a Onetti. “Non lo so – rispose lui – Io non mai sentito che lei mi amasse”. “E le poesie che ti ha scritto?” . “Io non dico che non sia mai stata innamorata. Dico che non l’ho mai sentito. Credo che nel suo discorso ci sia qualcosa di molto cerebrale, intellettuale”. “Nient’altro?”. “Bè… c’era anche il letto…”. Asino, cane, bestia, appunto.

In tanti hanno cantato le sue parole ma quando il mio silenzio impazza leggo lei e all’improvviso sento una voce: “Non abusare dalle parole/non prestar loro/ troppa attenzione/ I suoi ultimi versi, quasi un epitaffio. Ora sì tutto tace. È calata la notte. Sul marciapiedi di fronte un passante si ferma, si toglie il cappello e chiede: che è successo? Succede semplicemente che/tutto è finito/sono finita anch’io?/Una forza/una onesta passione e una voglia/una voglia volgare di proseguire/nient’altro che questo.

Come si fa a vivere bruciando?

Ardentemente, Arturo “Toni” Baldini

Pappagalli, samurai e una Salomè pop-porno

18 Lug

250px-Titian-salomeSiamo al Mittelfest a Cividale, un po’ per bere uno spritz al Longobardo e un po’ per il festival che è sempre una bella occasione. E’ martedi 16 e il cartellone recita che al teatro Ristori ci sarà la premere dello spettacolo Salomé Renaissance, poema erotico di Marco Maria Tosolini. La prurigine artistica ci prende come dervisci: quindi via!

La storia la sapete tutti: Salomè, la principessa giudaica figlia di Erodiade, si innamora del profeta Jokanaan (che suona come una bestemmia ma è il modo difficile per dire Giovanni il Battista). Questo pio quanto asessuato asceta la rifiuta sdegnosamete e Salomè ottiene dal terarca Erode, in cambio della celebre danza dei sette veli, che gli sia tagliata la testa di modo da ottenere dal morto il bacio che da vivo le rifiutava. Erode, scandalizzatosi in ritardo, la fa uccidere dalle sue guardie a colpi di scudo (“come uno scarafaggio“, scrive Tosolini) e gettare in una fossa comune. Cosi ci ritroviamo per le mani questa figura emblematica e irrisolta che l’arte ha da sempre celebrato e investigato ispirando numerosi scrittori, pittori, musicisti tipo Wilde e Strauss.

E qui inizia la storia della sua rinascita, con un atto d’amore. Salomè, creduta morta, è messa male. Un vecchio derelitto la salva e trova il tempo per impartire a lei e al pubblico una muta lezione di vita, come una parafrasi delle scandalose parole che Luca mette in bocca al Cristo nel suo Vangelo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la propria vita, non potrà essere salvato”. Lo stesso arteficio della guarigione solitaria utilizzato da Leone, Tarantino e nell’ultimo Batman per Thalia e Bane, e che si presta a sviluppi molteplici ed interessanti.

1334_604376836260531_1826708203_nPeccato, mortale, che tutti questi sviluppi vengano dimenticati e l’opera, dopo una prima parte che si trascina esasperando il pubblico, fino al ricordo della celebre strip-tease evangelico dei sette veli, finisce a rotta di collo in discutibili considerazioni sulla dualità del corpo-tempio da santificare col piacere carnale ma che insieme deve preservare la sua verginità in onore dell’amore per Jokanaan; un amore puro e bello e assolutamente inintaccato dall’efferato omicidio del profeta. Come riuscirci? Semplice, Salomè si dà all’amore saffico per poi farsi finalmente penetrare da una wakizashi in un harakiri, insopportabile ed insensato momento bushido, con la controparte che le taglia la testa con una katana. Il perchè non è dato saperlo.

Per uno spettacolo che dovrebbe essere una celebrazione del femmineo, ci pare un po’ debole e semplicistico come finale questa dicotomia tra orgasmo clitorideo e vaginale, un paradigma atto a stigmatizzare la classica visione cristiana del sesso e il cui intento provocatorio, il “poema erotico”, si perde non si sa se a cavalcare l’onda di femminismo che incalza le cronache recenti o a portare una qualche rivelazione profetica sulle verità intime dell’amore carnale e di quello spirituale. Insomma, cosa vuole dirci Tosolini? Che l’importante è non penetrare? Il macro-pene lynciano o quello freudiano? Giustifica il sesso extra-coniugale, ma fino-a-un-certo-punto? Ma non sono, queste, le tesi più maschiliste possibili? Che confusione!

Vabbè, questa la storia, che si svolge su di un palco velato a rimarcare l’intimità e il segreto di una vicenda oscura. E di questo palco una metà è dedicata all’orchestra, con una sezione archi che dialoga perfettamente con il pianoforte e con una percussionista assolutamente pregevole. Le musiche inquietanti (in senso Straussiano) di Giulia D’Andrea sono eseguite in modo esemplare da un ensemble giovane tutta al femminile, con Eleonora Montagnana al violino, Astrid Donati alla viola, Laura Bisceglia al violoncello, Chiara Catalano al pianoforte e Luisa Casini alle percussioni.  All’altro lato due capitelli sbilenchi e una poltrona rialzata su cui siede la protagonista, interpretata da Cristina Pedetta. La scelta del costume ci lascia un po’ perplessi, quella della lettura in vece della mera recitazione invece no, poichè enfatizza la sensazione di essere spettatori di una, per quanto oscura, rivelazione.

Salome-11-610x406A salvare il guazzabuglio interviene però la danzatrice che, nelle sue fugaci apparizioni, spacca letteralmente in due la rappresentazione. C’è un prima e c’è un dopo questa Francesca D’alonzo che esprime col suo corpo la logica che manca alla narrazione. La prima performance, la danza dei sette veli, inizia come una farfalla nella sua crisalide da cui fuoriesce un corpo di donna con la testa di un pappagallo: l’uccello ammaestrato che si muove sul palco. Ma la maschera sparisce, imprimendo a questa Salomè una coscienza e una svolta sensuale, un percorso di crescita in forma di danza che assomiglia a una sberla e fa trattenere il fiato alla platea per innumerevoli secondi dopo lo spegnimento delle luci. E’ interessante vedere una tale carica erotica espressa in quattro metri quadri scarsi, che non siano quelli di un letto.

Da li in poi pare che il palco, e la platea, vivano di nuova eccitazione tanto che le musiciste impercettibilmente si spogliano e sembrerebbe un climax erotico se non fosse che, all’ultimo, la D’Alonzo esce di nuovo. Ed esce vestita solo di gioielli e qualche velo sotto l’ombelico, con questo seno arrogante della cui nudità la danzatrice pare come vergognarsi. Ma cosa ci vorrà dire? Quel seno non è per noi. Non c’è sesso, nella sua danza, ma intimità. Femminilità. Femmineo. E se volesse rappresentare Salomè che si fa madre di sè stessa? Non potendo, per scelta, avere figli essa trasfigura la figura femminile con cui ha avuto i maggiori contrasti, quell’Erodiade troppo carica sessualmente (e il nome lo richiama) a cui Tosolini fa intelligentemente compendio dicendo che la morte del Battista è stata opera sua, causa l’influenza sulla figlia. La ballerina ci prende per mano e ci accompagna in un percorso di crescita. Allora, solo allora, arriverà la redenzione per Salomè e per l’opera, quando la protagonista fa pace con se stessa e accetta la morte che non è un suicidio, ma arriva dall’essere una nuova madre-vergine, quasi una bestemmia (e qui, non nele nudità, che sta il vero scandalo, la vera pornografia), e insieme prende con sè il suo essere femminile non semplicemente sensuale, ma femmineo tout court. Non è un caso se sarà questa scoperta di sentirsi madre, come certi idoli mesopotamici, ad aiutarla a morire.

Si legge, nelle critiche, che in questo poema Salomè si affranchi dalla sua aurea lussuriosa riaffermando il suo amore per il Battista. Se l’intenzione, banale, era questa allora l’obbiettivo è fortunatamente fallito. Ma se si voleva dopo tanti secoli farla crescere, questa Salomè, farla diventare donna oltre l’influenza della madre, oltre l’erotismo di ragazza, fino a farle dire: non potevo amare Jokanaan perchè non amavo mè stessa, ora so amarmi per quello che sono e, se lui è morto, posso morire anche io; bhe, allora quest’opera ha qualcosa da dire. Anche oltre una critica e a un pubblico che non sa guardare oltre a un bel paio di tette. Peccato, si perde la parte migliore delle donne.

Chi ben comincia è a metà del romanzo – Classifica dei migliori incipit

24 Giu

Partenza alla 24 ore di Le MansCapitano, per un motivo o per l’altro, di questi periodi in cui fantasia zero. Ma essendo che abbiamo preso l’impegno di aggiornare questo blog con cadenza almeno… Bhe, insomma, a eterno monumento della nostra erudizione, ecco la nostra personale classifica degli incipit più belli di sempre.

Settima Posizione: last but not least troviamo Invisible monsters di Chuck Palaniuk. ” Ecco dove dovresti essere, a un grande ricevimento di nozze in una enorme villa di West Hills, composizioni floreali e funghi farciti sparsi per tutta la casa. Questa si chiama ambientazione di scena: dove ci sono tutti, chi è vivo, chi è morto. Questo è il grande momento di Evie Cottrell al suo ricevimento nuziale. Evie è in piedi a metà della grande scalinata nell’atrio della villa, nuda dentro quel che rimane del suo vestito da sposa, col fucile ancora in mano. Quanto a me, io sono in piedi, ma solo fisicamente, in fondo alle scale. La mia mente chissà dov’è.”

Sesta posizione: non sei indie se non conosci Sappiano le mie parole di sangue, Babsi Jones. “Direttore, dovrei dirti che è l’ultimo giorno, ma non so di che cosa: di qualcosa che va a terminare, un finale di partita che finisce per persa. Quello scatto ottocento per seicento che mi resta prima che il display mi bruci lo sguardo, quello scatto, io lo spreco sul foglio: il ritratto di righe non scritte, questo bianco di carta che avanza. Se sconfitta e scadenza hanno forma e colore, sarà questo: le parole che non riesco a trovare.”

Quinta posizione: da leggere assolutamente L’uomo senza qualità di Robert Musil. “Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.”

Quarta posizione: il compianto Antonio Tabucchi inizia dicendo che “Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte.”

Medaglia di Bronzo (ma con massima deferenza): Anna Karenina, Lev Tolstoj«Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo».

Seconda posizione: Come dio comanda di Niccolò Ammaniti “Svegliati! Svegliati, cazzo!» Cristiano Zena aprì la bocca e si aggrappò al materasso come se sotto ai piedi gli si fosse spalancata una voragine.
Una mano gli strinse la gola. «Svegliati! Lo sai che devi dormire con un occhio solo. È nel sonno che t’inculano.” E vabbè, rock and roll

Prima posizione: Underworld, Don DeLillo. “Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c’è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchia carcassa arruginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno.”

RisparmaindoVi il finale da tema di terza elementare “e voi, quali incipit avete amato”, Henry “Vighi” Cinasky

 

Citazione

Il discorsetto

15 Giu

Ascoltami, figliuola, voglio farti un discorsetto. Abbiamo una sola vita di fronte a noi, come ti ho già detto una volta. Al mondo non c’è nessuno di completamente buono o completamente cattivo. Tu sei una grande attrice. L’ho capito a New York. Le grandi attrici hanno sempre grossi guai, prima o poi; se non li hanno vuol dire che sono stronze. (Puoi cancellare le parolacce.) E tutto ciò che le grandi attrici fanno, viene loro perdonato. Il discorsetto continua: tutti prendono la decisione sbagliata, se non altro la decisione giusta attuata male. Fine del discorsetto. Nuovo discorsetto: provaci, e n0n tormentarti, non è mai servito a niente.

Ernest Hemingway, all’amica Ingrid Bergman

L’insostenibile pesantezza del Grande Gatsby

18 Mag

the-great-gatsby-movieCi sono due modi di leggere l’ultima trasposizione cinematografica de “Il Grande Gatsby” sotto la regia di Baz Luhrman: il primo è quello di rapportarlo all’immortale romanzo di Francis Scott Fitzgerlad. In questo senso, per chi come me ha amato alla follia non solo il libro ma tutta l’opera e la poetica Fitzgeraldiana, il film è semplicemente insopportabile.

Infatti riesce a perdere tutta la leggerezza, l’impalpabilità della cornice del romanzo, e in generale dell’età del jazz, trasformando la New York degli anni venti alternativamente in una discoteca, un circuito automobilistico o un baccanale. La grandezza del libro, che sta tutta nella tensione personale e sociale dei protagonisti, viene sacrificata sull’altare di un opera visivamente potente ma emotivamente debole che costringe il regista a peccare, in più riprese, di un’eccessiva esplicitazione dei sentimenti in campo, fino ad arrivare ad un finale in questo senso rovinoso. C’è anche un’anima, nel romanzo, autobiografica e disperata, che parla molto più in sordina di quanto non faccia il film di Luhrmann.

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Insomma è un po’ come se questo tripudio di immagini e suoni, invece di essere una cornice, faccia passare in secondo piano l’intreccio costringendo a una sceneggiatura dai dialoghi troppo marcati e tirandosi dietro anche la grande interpretazione di Leonardo Di Caprio, magistrale ma coinvolto nell’inarrestabile marcia della macchina cinematografica di Luhrman da un inizio interessante fino a una disatrosa conclusione. La Carey Mulligan/Daisy è frivola ma completamente inelegante, e non riesce ad esprimere il peso sociale/personale che grava sul suo personaggio. Tobey Maguire/Nick è il McGregor di Mulin Rouge col trucco. Gli altri non esistono.

Tutto questo rumore fa arrivare alla fine sfibrati sia gli spettatori che gli attori. Non si spiegherebbe altrimenti la scena dell’omicidio di Gatsby (fateci caso) condita col parossismo del telefono che squilla, come se la morte di uno dei più colossali eroi romantici del novecento avesse bisogno di più coinvolgimento. Il fatto è che qui ne ha bisogno.

La colonna sonora, curata da Craig Armstrong e Mr Beyoncè Jay Z, è stata forse la più criticata della storia ancor prima dell’uscita. La verità è che funziona molto bene sul pompato e si adatta benissimo al tenore generale della pellicola, anche se alcune scelte nel melodico le ho trovate orride. Solo che a questo punto s’impone un paragone con l'”altro” film, quello del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow. Quelle musiche erano una cosa incredibile, indimenticabile. Ricordo di un famoso giornalista inglese (che è Sir Herry Metcalfe, tanto per) il quale, quando provava un’auto particolarmente interessante, si assicurava sempre di avere l’intera soundtrack caricata sul suo iPod. Ma attenzione a quelli che continuano a fare paragoni con la trasposizione precedente; nemmeno quello era tutto questo gran film, e per i motivi esattamente opposti: salvato dalla recitazione dei protagonisti ma troppo elegante, troppo ingessato e troppo teatrale.

dont-you-feel-like-dancing_gallery_primaryE tornando a Luhrman il fatto, uguale e contrario, è proprio questo: troppo, troppo di tutto. Troppi dettagli, colori, velocità. I costumi femminili di Miuccia Prada sono carichi all’inverosimile e sembrano fatti solo per eccitare la fantasia di anelanti fashion blogger, pur offrendo dettagli squisiti come il monile che orna la coroncina di Daisy o il cappellino di Jordan Baker. Inspiegabilmente sottotono le scelte per Gatsby, anche se l’indimenticabile (nel romanzo) scena del lancio delle camice è apprezzabile. Gli altri personaggi maschili sembrano usciti da un catalogo Ralph Lauren, il che non è esattamente un complimento. Alle feste lo speaker è costretto ad annunciare “il Charleston” o “il Fox-trot” per ricordarci che siamo negli anni del jazz, mentre gli astanti incuranti ballano l’Harlem shake. Ogni volta che qualcuno sale in auto il film esplora il concetto di frenesia e velocità più in senso Fast and Furious che Filippo Marinetti.

Troppo rumore, troppi dettagli che finiscono ancora per rubare la scena agli attori. Vi faccio un esempio: mentre Jay si confessa a Nick sul pontile (un passaggio fondamentale, perché è il primo squarcio nella corazza del protagonista) lo schermo è diviso in due. Gatsby e Nick Carraway da una parte e uno splendido motoscafo simil-Riva dall’altra. Finisce cosi che i personaggi diventano tre: i due protagonisti e la barca, tale è la potenza e la ricercatezza nel dettaglio scenografico. Quando vedrete il passaggio ditemi se riuscite a non fissare il motoscafo e a concentrarvi sugli attori.

great-gatsby-grande-leoanardo-di-caprio-romeo-giuliettaQuesto “Grande Gatsby”, per essere goduto, va visto in un’altra ottica. Il secondo modo, infatti, è quello di dimenticare Fitzgerald e tutte le menate intellettualoidi, spegnere il cervello e mettersi comodi, magari con gli occhiali 3D come nei migliori blockbuster. Non agite, fate i voyeurs; d’altronde, insistendo sul tema del guardare e dell’essere guardati, è il regista stesso a fornire un’indicazione per la lettura del suo lavoro. Nick è un osservatore della vita, lo ribadisce esplicitamente Tom, Gatsby ha la fama di essere una spia e passa le nottate a guardare la luce verde al di là della baia, i due si tengono sotto controllo dalle rispettive finestre, mentre un paio di giganteschi occhi maschili (simili a quelli di donna dipinti da Francis Cugat, che Fitzgerald volle come copertina) scruta come un dio pagano il distretto operaio dove i ricchi passano a tutta velocità sulle loro automobili.

E che dire della cornice narrativa apparentemente insensata in cui Nick, in cura da un analista, viene da esso spinto a scrivere una storia che, con tanto di lettere da macchina da scrivere in sovrimpressione, nell’ultima scena lo vedrà impilare una risma di fogli dal titolo “The Great Gatsby” by Nick Carraway. Questo non è il Grande Gatsby di Fitzgerald, ma quello di Baz Luhrman che denuncia per primo e ribadisce ad oltranza il carattere eminentemente visivo del proprio operato, invitando il pubblico a godere dei fuochi d’artificio, dello “spettacolo spettacolare” di questo che altro non è se non un remake di Mulin Rouge quarant’anni e un oceano dopo.

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Una piccola annotazione che, lo dico senza modestia, leggerete credo solo e unicamente su questo blog. Due dettagli per maniaci Fritzgerladiani, che il regista semina superbamente nel film, come se fossero un silenzioso tributo all’immortale scrittore. Il primo, nel libro ci sono una trentina di righe sparse, meravigliose, fantastiche, dedicate al personaggio del pianista che vive da Gatsby e le sue scarpe di tela bianca; scarpe che vedete appoggiate sull’organo di casa durante la prima visita di Daisy. Il secondo, ancora più fine, lo creano magicamente le due inquadrature dedicate al biplano rosso che picchia su New York, come se volesse attaccarla; per me, e se è cosi è puro genio, fa rifermento a forse il più bel racconto di Francis Scott, “Un diamante grande come l’hotel Ritz“. Nel finale proprio uno stormo di biplani rossi attacca e distrugge la valle incantata del ricco e anacronistico magnate, a simboleggiare l’inarrestabile forza della modernità sulle convenzioni e sul denaro. Lo trovate in “Racconti dell’età del Jazz“, che è la raccolta curata e commentata dalla Pivano (Mondadori). Se vi piace Fitzgerald, le ambientazioni anni venti (quelle vere) e il languore leggetela, ma se invece volete passare due ore abbondanti di tranquillità guardatevi il film di Luhrman, senza pensarci troppo su.

Non si può ripetere il passato? Jay direbbe certamente di si, e di sicuro si può fare Gatsby senza Fitzgerald. Lasciando tutte ste menate intellettuali da parte

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Jay “Jacum” Gatsby